L’amore rivelato

Da sempre il cuore dell’uomo ha cercato di comprendere il senso delle cose, il perché dell’esistenza, della vita, della morte, della sofferenza, ma anche del desiderio di amore, della speranza di vita e di bene che portiamo nel cuore. In una parola, l’uomo è da sempre in cerca di Dio.

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Botticelli, Pala delle convertite, 1491, Firenze

Domenica scorsa abbiamo rivissuto la Pentecoste, che è il compimento della rivelazione cristiana. Adesso possiamo capire un po’ meglio il disegno eterno di Dio: egli voleva proprio rispondere a questa sete di verità, a questa domanda fondamentale che c’è nel cuore dell’uomo. Voleva rivelarci finalmente il suo volto misterioso e non solo… perché il Cristianesimo non è solo messaggio, rivelazione, conoscenza. Il Cristianesimo è anche e soprattutto “comunione”: Dio dunque voleva non solo farci conoscere, ma anche darci la possibilità di essere uniti a lui, una cosa sola con lui, fino a poter vivere, noi povere creature, la sua vita beata e perfettissima.

Ma come poteva essere possibile? Come si poteva far entrare l’amore infinito e onnipotente di Dio, irraggiungibile e misterioso, nel nostro piccolo cuore e nella nostra mente così ottusa e limitata?

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Pregare la Trinità

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Trinità di Masaccio

Concluso il grande Alleluia pasquale con la Pentecoste, la liturgia ci offre tre feste che sono state istituite a partire dal medioevo: la santissima Trinità (domenica), il Corpo e Sangue di Cristo e il Sacro Cuore di Gesù.

Di fatti, sono aspetti dell’unico mistero della salvezza, che riassumono tutto quello che Gesù ci ha rivelato, dalla incarnazione, alla morte e risurrezione, fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.

Noi spesso non ricordiamo che proprio la grande riflessione cristiana sul mistero di Dio è al centro di tutta la nostra civiltà. Basti pensare al concetto così importante di “persona”. Da dove nasce, se non proprio dalla riflessione sul mistero delle persone divine, sul loro rapporto reciproco, sulla loro unità nella distinzione?

Ma vediamo insieme l’orazione della Santissima Trinità, partendo, come al solito, da una traduzione letterale del testo originario in latino.

Dio Padre, che inviando nel mondo il Verbo di verità e lo Spirito di santificazione hai manifestato agli uomini il tuo mirabile mistero concedi a noi di conoscere nella confessione della vera fede la gloria della eterna Trinità e di adorare l’Unità nella potenza della maestà.

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Sempre nuovo e sempre lo stesso

Quinta Domenica di Pasqua, C

Gv 13,31-35: Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

banner-niagara1Non so se vi è mai capitato di contemplare una cascata: ricordo qualche gita in montagna, o la visita alle cascate Niagara quando accompagnai i giovani alla GMG in Canada. Oppure la meraviglia delle Marmore in Umbria. 

Di fronte a queste spettacolari massa di acqua si resta come storditi. Non si riesce a smettere di guardare. È sempre uguale, ma non è mai la stessa. Nel suo fluire l’acqua è in ogni attimo imprevedibile. È sempre acqua che cade, ma non è mai simile a se stessa. Perché uno spettacolo del genere ci lascia tanto incantati? È il fascino misterioso di ciò che è sempre se stesso e allo stesso tempo sempre nuovo. 

Non sono molte le cose a questo mondo che hanno questa caratteristica: essere sempre identico e sempre nuovo. E forse è tutto qui il fascino misterioso delle cascate. 

Teniamo sullo sfondo questa suggestione, mentre ci mettiamo alla scuola delle Scritture che ci sono offerte nel nostro cammino di fede, nel tempo di Pasqua. 

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Nessuno si presenti a mani vuote…

Terza domenica di Quaresima B
Gesù amava la Città Santa, Gerusalemme, e in modo speciale il Tempio, la Casa di Dio. Proprio perché Dio non può essere contenuto dentro delle mura costruite dall’uomo, quella Casa santa era il segno di una predilezione, di un amore di cui il suo popolo si sentiva fiero.
Era nato a pochi chilometri da lì, e vi era stato portato pochi giorni dopo la nascita per adempiere alla legge del riscatto dei primogeniti maschi, ma praticamente l’intera sua esistenza l’aveva trascorsa in Galilea, a Nazaret, che distava quasi una settimana di cammino.
Tutto lascia intendere che fin dall’età di dodici anni – quando vi fu portato dai genitori Giuseppe e Maria – Gesù non aveva mai mancato di andarci proprio per la Pasqua, quando si compiva il rito della immolazione dell’agnello, che aveva luogo solo nel Tempio.
Il vangelo di Giovanni – che prende il posto di Marco per questa ultime settimane quaresima – ci testimonia che nei tre anni del suo ministero pubblico, Gesù visse sempre i giorni santi di Pesah, nella città santa.

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Occhi per vedere

Seconda domenica di Quaresima B
“Sei giorni dopo”: così registra con precisione l’evangelista Marco nel raccontarci l’ascensione di Gesù sul monte con Pietro, Giacomo e Giovanni.
È curioso perché questa è in assoluto l’unica indicazione cronologica che troviamo in tutto il vangelo di Marco.
Più che sui tempi, nel suo racconto, Marco pone infatti l’accento sui luoghi: registra con frequenza riferimenti ad un cammino di Gesù, al ripetuto passaggio da una riva all’altra del mare di Galilea, fino alle escursioni fuori dai confini della terra promessa, per poi concentrarsi tutto sulla meta definitiva, Gerusalemme.
“Sei giorni dopo”: dietro a questa indicazione di tempo riferita da Marco, c’è sicuramente una sensazione custodita nel cuore da Pietro, di cui Marco fu lungamente compagno di viaggio e dal quale raccolse direttamente i racconti dei suoi giorni con il Maestro.

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L’inferno terrestre e l’arco rovesciato

Prima domenica di Quaresima B
“Discese agli inferi”
È forse uno degli articoli di fede sui quali meno si sofferma, di questi tempi, la considerazione dei credenti, eppure proprio quel movimento verticale verso il basso descrive in modo straordinario il mistero che stiamo rivivendo, con l’aiuto di Dio, nella santa Quaresima.
Entrando nel mondo, uomo in mezzo agli uomini, davvero il Figlio di Dio è disceso nell’umano, anzitutto dentro la fragilità dei nostri limiti di creature che nascono, vivono e muoiono.
Ma umano è anche e soprattutto la meschinità della nostra libertà tradita, della nostra incapacità di vedere, di capire, di amare… e il Figlio di Dio oggi arriva fino a qui.
Senza aver conosciuto il peccato, Gesù ha assunto tutte le conseguenze del peccato.

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Il lebbroso maestro di preghiera

Sesta domenica del tempo ordinario B
“Sola misericordia tua”: era il motto episcopale del compianto cardinale Caffarra, che – uscendo un poco dalle regole della araldica – aveva scelto come suo stemma proprio l’immagine del Cristo che si protendeva verso le mani del lebbroso, proprio come ascoltiamo oggi nel Vangelo.
stemma_c“Sola misericordia tua”: così il Cardinale, rileggeva la preghiera di quell’uomo che ci rappresenta tutti: “Se vuoi, puoi purificarmi”, preghiera essenziale che celebra la volontà di Dio, volontà di salvezza per tutti gli uomini, e la tenerezza del suo amore che ci viene incontro, che ci solleva, ci risana, ci salva.
L’incontro avviene sulla strada, fuori dalla città: Gesù era uscito Cafarnao perché l’amore lo spingeva ad andare in cerca dell’uomo, nelle città e nei villaggi di Galilea.

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Preghiera fatta carne

Quinta domenica del tempo ordinario B
“Al mattino presto, quando era ancora buio”. 
Il giorno dopo il sabato. Il vangelo ci fa entrare con discrezione nel mistero della preghiera di Gesù. Il maestro esce dalla casa di Pietro, dalla cittadina di Cafàrnao, e si immerge nella solitudine del deserto. La notte profonda è rischiarata solo dalla sua preghiera.
Come per il discorso che Gesù aveva pronunciato il giorno precedente nella sinagoga, di quella preghiera notturna sappiamo tutto, tranne che quello che Gesù ha detto. La preghiera di Gesù, così come la sua predicazione prima che un discorso, un messaggio rivolto a Dio, è un fatto, un avvenimento, una reale trasformazione della realtà.
Come pregava? Che cosa diceva, Gesù, nella sua preghiera? Quali erano i suoi sentimenti, le sue attese, le sue parole? Il Vangelo oggi non lo dice, eppure l’evocazione di quella preghiera non è un semplice dettaglio devoto nella narrazione.
Non c’è bisogno di essere cristiani per pregare o per avere il desiderio della preghiera. È qualcosa di talmente radicato nel nostro essere, che in realtà non è neppure necessario essere credenti o pensare di esserlo, per pregare.
Ma la preghiera di Cristo è un’altra cosa, perché la preghiera di qualunque creatura, quindi anche la preghiera di un uomo, non può che essere asimmetrica, dal basso verso l’alto, dalla polvere alla perfezione, dal nulla al tutto.

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